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I FILI INVISIBILI - Ovvero Come rendere i figli succubi della volontà dei genitori - Dr. O.Poli PDF Stampa E-mail
Mercoledì 20 Marzo 2013 00:00

I fili invisibili

I genitori possono, anche inconsapevolmente, condizionare i figli muovendo dei "fili invisibili" a cui

essi sono emotivamente legati.

Con sottili manovre possono infatti forzare indebitamente la loro personalità e orientare le loro scelte

verso obiettivi che non rappresentano il loro reale interesse educativo.

Il linguaggio quotidiano parla di simili comportamenti, da sempre conosciuti, alludendo a dei

"tasti da toccare" che innescano nei figli delle dinamiche psicologiche tali da renderli succubi della

volontà dei genitori.

Simili manovre di condizionamento appaiono sleali perché sfruttano indebitamente il naturale

attaccamento affettivo e la fiducia dei figli nei loro confronti.

Va da sé che anche i figli hanno la possibilità di manipolare i rapporti con i genitori,

utilizzando i punti deboli del loro carattere per raggiungere obiettivi non apertamente dichiarabili.

Le considerazioni che seguono potrebbero dunque essere rivolte anche ad alcuni

atteggiamenti dei figli tesi ad approfittare delle debolezze affettive dei genitori.

Ma limitiamoci ad osservare le dinamiche che coinvolgono esclusivamente la responsabilità

del genitore.

Un genitore muove indebitamente i fili invisibili del figlio quando, per un segreto calcolo "fa

in modo" che questi agisca senza aver avuto una vera libertà di decisione, preferendo in questo modo

l'appagamento dei propri bisogni, la realizzazione dei suoi progetti al bene reale del figlio stesso.

Tali manovre sono altrimenti note come aspetti di falsità, di furbizia, manifestazioni del più

segreto desiderio di controllo e di "potere" sulla vita dei figli.

È dunque evidente che un aspetto essenziale dell'autenticità dell'amore genitoriale consiste

nella rinuncia a "tirare alcuni fili" emotivi che possono condizionare pesantemente i figli. Tali

comportamenti rappresentano dei limiti alla gratuità dell'amore genitoriale, dei " virus" psicologici

che andrebbero coscientizzati e superati poiché impediscono la piena maturazione del rapporto

genitore figlio.

Il compimento dello stesso, la pienezza della relazione si compie quando il figlio, ormai

adulto, è in grado di riconoscere i meriti dei genitori, attraverso il sentimento di riconoscenza per

l'amore ricevuto. Tale sentimento profondo permette l'elaborazione del dolore psicologico dovuto ai

loro limiti e delle loro imperfezioni, accordando loro il perdono per gli errori eventualmente

commessi.

Un processo molto profondo e delicato che pochi hanno la fortuna di portare a compimento

nel corso della vita.

Il tentativo di condizionare psicologicamente i figli non ha necessariamente successo: molto

dipende dal loro carattere, dalla loro età, dalle circostanze che si sono venute a creare nella storia

famigliare, dall'assenza o dalla presenza equilibrante di un partner che può ridurre l'influenza del

genitore condizionante.

I figli possono restare a lungo inconsapevoli degli aspetti manipolatori di un proprio genitore,

non rendendosi pienamente conto delle dinamiche in atto.

Conseguentemente non è in grado di prendere le distanze dagli aspetti inconsistenti del suo

carattere e di sottrarsi ad un rapporto mortificante per lo sviluppo della sua personalità.

Alcuni esempi di atteggiamenti manipolatori possono essere:

Far pesare ai figli ciò che si è fatto per loro, facendoli sentire ingrati se non fanno ciò gli si

chiede.

Affermazioni ben calibrate, lasciate cadere con infallibile senso dell'opportunità possono ben

servire allo scopo: "Tu fai tutto per i figli, e poi ti danno un calcio...", "Con tutto quello che ho fatto

per te, questo è il ringraziamento...", "Se non ci fossi stato io, quando avevi bisogno...", "le mamme

che non hanno fatto niente per i figli, hanno maggiori soddisfazioni di quelle che si sono sacrificate"

(alludendo a se stessa), ecc...

È inevitabile che tali affermazioni facciano leghino il figlio ad un debito di gratitudine che

ora deve onorare nei termini che gli sono richiesti.

Il filo invisibile è il senso di colpa che il genitore cerca larvatamente di immettere nel circuito

psicologico del figlio per farlo sentire moralmente in dovere di non contrastare i suoi desideri, spesso

rappresentati da irragionevoli pretese.

Drammatizzare i pericoli per evitare che i figli si stacchino e diventino autonomi.

Ad esempio, dipingere il mondo e tutto ciò che è "fuori" dalla famiglia come cattivo e

pericoloso, esasperandone gli aspetti negativi; instillare sistematicamente diffidenza verso le persone

("tutti i ragazzi sono inaffidabili ed approfittatori", "tutte le ragazze vogliono solo i tuoi soldi"),

impedendogli di sviluppare rapporti di fiducia e di avere rapporti importanti con altri. Se il figlio si

imbatte in alcune difficoltà, dire: "vedi? È meglio stare qui", "chi resta legato alla famiglia non corre

rischi".

Tali atteggiamenti minano gravemente la fiducia negli altri ed impediscono ai figli di

intessere relazioni soddisfacenti con altri. Il virus della gelosia e della possessività, presentatisi alla

coscienza stessa del genitore con la maschera dell'amore per i figli, non sono riconosciuti come

nemici da combattere e possono (inconsciamente) ispirare comportamenti apparentemente scaltri

(che possono essere parzialmente coscienti).

Far pesare i propri problemi, facendo sentire in colpa i figli se si allontanano, o se ritengono,

ad esempio da sposati, di doversi dedicare maggiormente alla propria famiglia.

La legittimità delle richiesta esclude che il genitore ricorra, ad esempio, ad una sottile "

esibizione" delle proprie malattie, della sua solitudine, dei dispiaceri (morte del coniuge, divorzio).

Vi è un invisibile ma reale confine fra la legittima richiesta di aiuto e il far pesare i proprio

problemi che non è possibile superare, se non tradendo il valore dell'amore per i figli.

Le malattie lamentate ad arte mostrano il loro lato d'ombra poiché ad esempio, manifestano

la loro sindrome acuta solo alla presenza dei figli, non sono mai realmente curate in modo adeguato

da chi dice di soffrirle, si trasformano in quadri clinici diversi con sorprendente velocità, e chi ne

soffre, inspiegabilmente non sembra particolarmente sollevato dal fatto che " le analisi vadano

bene". Simili atteggiamenti fanno dire ad un figlio: "a mia madre non si può dire niente, altrimenti si

innervosisce e gli sale la pressione."

Creare "situazioni di fatto" che legano i figli a sé e al proprio progetto.

Ad esempio, creare un indebitamento della famiglia per cui si rende necessario che il figlio

prosegua l'attività di famiglia per molti anni, fare in modo che proseguano la professione del 3

genitore sottovalutando le sue contrastanti propensioni, per pensar di sé di "avergli dato tutto" ed

attribuire a sé i meriti del successo professionale del figlio.

Creare situazioni di privilegio...

Trasformare la figlia in "cocca di papà" cui tutto è concesso, e "fare coppia" con il figlio

facendolo sentire più importante, credibile e stimato del partner, creare le condizioni perché egli non

abbia la libertà di contrastare il suo volere, se non al prezzo della revoca dei privilegi che derivano

da una simile condizione.

Fare la vittima.

L'atteggiamento vittimistico possiede un innegabile fascino ed è molto facile per chiunque

rifugiarsi in esso. Al di là delle apparenze esso rappresenta un atto di aggressività psicologica fra i

più efficaci e dagli esiti certi, soprattutto se agiti nella relazione con i figli. Chi lo adotta si rende

segretamente conto di esagerare, di voler evitare ciò che dovrebbe accettare, ma fa prevalere i propri

bisogni sul bene reale del figlio.

Atteggiamenti vittimistica possono (ma non necessariamente) nascondersi dietro

affermazioni quali "Se fosse per te potrei anche morire (detto alla figlia più premurosa)", "Sono

sempre qui da sola (ma non è disposta a trasferirsi vicino alla figlia che sarebbe facilitata nel suo

desiderio di accudirla, né chiede al figlio maschio di starle accanto: lui infatti "può fare quello che

vuole" senza che le debba nulla); dire ad una figlia: "sto male per colpa di tua sorella" affinché

questa abbia l'occasione di rimproverarla "perchè fa star male la mamma?!", affermare "che Dio mi

faccia morire senza aver bisogno di assistenza, perché per me non ci sarebbe nessuno (detto all'unica

figlia che si occupa di lei)", "ho mal di testa", "ho l'ulcera... con tutti i dispiaceri che mi dai!".

Oppure affermare per motivi di scarsa rilevanza: "allora pensi che io sia proprio cattivo, che abbia

sbagliato tutto (a seguito di una banale rimostranza del figlio)"; "qui non conto niente, in questa casa

non mi ascolta mai nessuno (semplicemente perché per una volta non si è eseguito il suo volere)".

Il dolore esibito da chi si chiude nel ruolo di vittima non convince razionalmente e soprattutto

non suscita partecipazione, lascia emotivamente freddi, con un leggero e inspiegabile fastidio.

Tali atteggiamenti sviluppano il loro potere condizionante solo se sono costanti nel tempo e

non si lasciano scalfire dal dall'esame di realtà e non sono toccati dal dispiacere per le inutili

difficoltà ed il malessere che creano al figlio.

L'adolescenza è il tempo in cui i figli riescono a "decifrare la scatola nera" dei genitori, a

cogliere le loro motivazioni sottese ed invisibili, a vedere dietro le apparenze e dunque ad avere una

chiara percezione di chi eventualmente cerca di tirare i loro " fili invisibili " di carattere affettivo.

In questa stagione i figli perdono la loro innocenza nei confronti dei genitori, scoprono le loro

zone d'ombra ed in ultima analisi i limiti del loro amore. Una certa delusione è in questo senso

inevitabile.

Ciò appare essenziale alla loro crescita, perché questa abilità da loro la possibilità di

preservare la loro personalità da aspetti manipolatori che indebolirebbero le loro dinamiche affettive

e ne falserebbero l'identità.

Neppure un genitore può arrogarsi dei diritti divini nel confronti dell'identità del figlio.

Egli l'ha generato ma non l'ha creato. Non può fare di lui ciò che vuole, né ferire la sua

anima facendogli credere di essere ingrato ed incapace d'amare, ad esempio, semplicemente perché 4

si sottrae alle sue richieste esagerate o non "cade dentro" il proprio modo di considerare la vita e le

persone.

Tali le situazioni, e solo esse, rendono ragionevole "la ribellione" dei figli nei confronti dei

genitori, anche e soprattutto nell'adolescenza. Ma tale ribellione, se è realistica e matura, è limitata

ad alcuni aspetti del comportamento del genitore, non esclude la stima per altri aspetti della

personalità dello stesso, e soprattutto è agita "con molto dispiacere", quasi una necessità dolorosa

che si impone alla sua coscienza.

Senza odio e livore, e soprattutto senza compromettere radicalmente l'amore per il genitore.

Il figlio rimane disposto ad onorarlo per quanto egli lo meriti realmente, al netto delle sue

contraddizioni e degli aspetti inconsistenti del suo carattere.

Nessun genitore può pretendere di più.

Dr. Osvaldo Poli

Fonte: http://www.osvaldopoli.com/

Ultimo aggiornamento Venerdì 27 Dicembre 2013 08:36