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Legge sulle unioni civili PDF Stampa E-mail
Scritto da marco   
Sabato 05 Marzo 2016 10:02
 
Cosa cambia per le convivenze
 
Il 25 febbraio scorso il Senato ha approvato il disegno di legge sulle unioni civili. Il testo non è ancora legge dello Stato mancando il passaggio (dall'esito scontato) alla Camera dei Deputati.
Si tratta di un provvedimento che ha suscitato un aspro dibattito sia in Parlamento che nella società civile perché introduce nell'ordinamento una nuova disciplina delle convivenze, non solo tra persone dello stesso sesso ma anche tra eterosessuali.
In sintesi, la legge si compone di due parti; la prima è dedicata a regolamentare le unioni tra persone dello stesso sesso (c.d. unioni civili) mentre la seconda si applica alle convivenze di fatto, anche tra eterosessuali. 
Le coppie omosessuali possono accedere allo strumento delle unioni civili che viene ad essere  parificato al matrimonio per quanto riguarda i diritti ed i doveri reciproci tra i partners dell'unione. L'unica differenza (anche se non di poco conto) riguarda gli ambiti della filiazione ed adozione, che rimangono formalmente preclusi alle unioni civili. All'ultimo istante infatti il Governo ha deciso di stralciare la parte dedicata all'adozione del figlio del partner (c.d. stepchild adoption) che tante proteste e resistenze ha provocato soprattutto tra i parlamentari di matrice cattolica.  Varrebbe la pena evidenziare, tuttavia che l'adozione del figlio del partner convivente omosessuale è ormai riconosciuto dai tribunali italiani, che applicano una norma eccezionale inserita nella legge sulle adozioni (art. 44 della L. n.184 del 1983)  per arrivare a riconoscere il diritto di adottare anche ai single ed a prescindere dall'orientamento sessuale.
A dispetto dunque delle diatribe parlamentari la c.d. stepchild adoption è già entrata nel nostro ordinamento. Segnalo due delle pronunce recenti; la prima della Corte di Appello di Milano del 16/10/2015 e la seconda del Tribunale di Roma del luglio 2014.  
Nel prossimo futuro tale orientamento è destinato a consolidarsi, con buona pace di coloro che si sono strenuamente battuti per far stralciare l'adozione del figlio del partner omosessuale.
Ma se si eccettua gli aspetti della filiazione ed adozione (seppur con le precisazioni appena evidenziate) a mio parere si può sostenere – con una forzatura solo lessicale ma non sostanziale del testo legislativo – che è stato riconosciuto nel nostro ordinamento il matrimonio omosessuale, chiamato (non senza una massiccia dose di ipocrisia) unione civile, che trova la propria legittimazione nell'art. 2 della Costituzione che tutela le “formazioni sociali” nella quali si sviluppa e realizza la personalità di ciascun individuo.  
La nuova legge, infatti, pur con le correzioni al testo originario operate in extremis, prevede  più di un richiamo esplicito – per le unioni civili omosessuali - ai  diritti e i doveri previsti per i coniugi nel matrimonio. Sono previsti, tra gli altri,  l'obbligo alla reciproca assistenza morale e materiale, alla coabitazione, al reciproco mantenimento. Sono richiamate le norme processuali in tema di separazione e divorzio. Il regime patrimoniale che si instaura, in mancanza di diverso accordo, è quello della comunione dei beni. Si applicano le norme in tema di successione (compreso il diritto alla quota di legittima); è previsto il diritto per il partner al Tfr maturato alla morte dell'altro e al trattamento pensionistico. E così via.
Se potesse sorgere qualche dubbio sulla parificazione tra coniugi e partner delle unioni civili è espressamente sancito che “le disposizioni che si riferiscono al matrimonio in tutte le altre leggi, e quelle che contengono le parole “coniuge” e “coniugi”, si intendono applicate alle persone che si uniscono civilmente”.
Così descritto l'impianto normativo si può agevolmente concludere per l'assoluta irrilevanza del mancato richiamo all'obbligo reciproco di fedeltà, preteso da chi – evidentemente ignaro dell'esistenza nel nostro ordinamento del criterio di interpretazione c.d. sistematica (art. 12 delle Preleggi al cod. civ.)- ha così pensato di scongiurare l'equiparazione tra le unioni civili omosessuali e il matrimonio.
 
La legge in questione disciplina, oltre alle unioni tra persone dello stesso sesso,  le convivenze di fatto (etero e/o omosessuali) tra persone unite da stabili legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non legate da rapporti di parentela, affinità e adozione, da matrimonio o da unione civile.
Per queste tipologie di convivenze – che sono indubbiamente quelle maggiormente diffuse -  il legislatore non ha inteso richiamare gli istituti del matrimonio e della famiglia disciplinati dal codice civile, come per le unioni civili omosessuali, ma si è limitato (opportunamente) ad introdurre alcuni specifici diritti e doveri reciproci. Tra questi: il diritto di abitare la casa di comune residenza in caso di morte del convivente proprietario (per un massimo di cinque anni); di subentrare nel contratto di locazione; di far parte delle graduatorie per l'assegnazione di case popolari; il diritto di reciproca visita, assistenza ed accesso alle informazioni di salute in caso di malattia o ricovero del convivente; il diritto al risarcimento del danno in caso di decesso per fatto illecito di terzo del convivente (con gli stessi criteri previsti per il coniuge superstite).  Sono stati estesi ai conviventi i diritti riconosciuti ai coniugi dall'ordinamento penitenziario.
Accanto a questi diritti, alcuni dei quali a dire il vero già riconosciuti dai tribunali, sono state introdotte due novità. La prima è la possibilità dei conviventi di stipulare (per atto notarile) un contratto di convivenza, con il quale stabilire ad esempio le modalità di contribuzione reciproca alle necessità della vita comune e il regime patrimoniale. La seconda è la previsione – una volta cessata la convivenza  –  del diritto di ricevere (a seguito di un ricorso al giudice) un importo a titolo di alimenti. 
Tale scelta mi pare alquanto discutibile, sia perché impone una conseguenza spesso non voluta dai conviventi, che scelgono di non sposarsi anche per non assumere obblighi economici nei confronti del partner sia perché aprirà la strada a contenziosi giudiziari anche tra conviventi, per la misura del contributo alimentare, di cui francamente non si avvertiva il bisogno. 
 
 
AVV. ANDREA SPADA