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Da Famiglia Cristiana, n. 5, 3 febbraio 2008 PDF Stampa E-mail

Le reazioni delle associazioni laiche alla lettera del Cardinale.

I figli hanno sempre due genitori, anche separati.

Piace il tono familiare di Tettamanzi. E l’invito a padri e madri a non rendere più difficile la vita dei loro ragazzi.

La lettera del cardinale Tettamanzi ha naturalmente suscitato riflessioni e commenti pure in chi non è praticante o credente. Nella società civile laica e attenta al proprio tempo, insomma, alla quale appartiene anche Maurizio Quilici. Il quale ha però un motivo in più per chiosarla con attenzione: è presidente dell’Istituto di studi sulla paternità, «e come tale sono venuto in contatto con molti cattolici separati e ho potuto vedere da vicino con quale sofferenza vivano queste problematiche».

«Anzi tutto il tono è giusto e apprezzabile», continua Quilici. «È un tono familiare, amichevole, senza nulla di cattedratico o professorale. Mi pare evidente che il cardinale Tettamanzi si renda conto di dover rimediare a una serie di atteggiamenti spesso di condanna, di durezza che la Chiesa ha avuto attraverso alcuni suoi ministri. Io ho sentito tante testimonianze di persone che si sono sentite umiliate, condannate. E il cardinale ne prende atto. Inoltre, dal mio punto di vista laico e di persona che da tanti anni segue le vicende della famiglia, della separazione e del divorzio, mi sembra un passo avanti notevole il capoverso dove dice: "Anche la Chiesa sa che in certi casi non solo è lecito, ma può essere addirittura inevitabile prendere la decisione di una separazione". Altrettanto fondamentale, e di grande attualità, è il passaggio dove raccomanda ai genitori di non rendere la vita dei figli più difficile».

Vale la pena citare per intero la frase del cardinale: «Voglio raccomandare a tutti i genitori separati di non rendere la vita dei loro figli più difficile, privandoli della presenza e della giusta stima dell’altro genitore e delle famiglie di origine. I figli hanno bisogno, anche seguendo le recenti garanzie legislative, sia del papà sia della mamma e non di inutili ripicche, gelosie o durezze».

Più preparazione al sacramento.
La frase la ricorda interamente anche il presidente dell’associazione "Crescere insieme", dalla quale nacque la proposta di legge che ha portato nel 2006 alla legislazione sull’affidamento condiviso: «È in perfetta sintonia con le posizioni della nostra associazione e della nostra battaglia», osserva Marino Maglietta. «Il figlio ha diritto a ricevere l’affetto, l’assistenza, direi le risorse di entrambi i genitori, anche se questi sono separati».

Siccome l’arcivescovo di Milano scrive di essere pronto a lasciarsi interpellare dalle domande dei destinatari della lettera, Maglietta coglie l’occasione per avanzare un rilievo: «Io direi che ci vorrebbe una maggiore preparazione al sacramento del Matrimonio, preparazione che io ho anche vissuto di persona e che molto spesso è formale, mentre dovrebbe essere qualcosa che tocca di più le coscienze. Non è che ci si debba sposare in chiesa perché è più bello. No, bisogna interrogarsi, perché purtroppo sta passando un modello di scelta non consapevole del tipo "beh, tanto poi c’è il divorzio". Invece va accertata la vocazione a un’unione indissolubile vissuta come sacramento». E conclude: «Certo apprezzo molto l’apertura al dialogo, che mi lascia intuire la disponibilità a dare disposizioni interne al clero perché si modifichino certi atteggiamenti».

Rosanna Biffi


«MA ORA SERVONO AZIONI CONCRETE»

La voce di una credente separata come Rosy Genduso è accorata e critica: «Mi sarei aspettata che l’arcivescovo di Milano, oltre alla lettera alle famiglie, pianificasse una serie di azioni operative nella diocesi per arrivare direttamente alle persone separate».

La signora Genduso è fondatrice e presidente di "Mamme separate", associazione "per la difesa dei diritti dei figli nella separazione", con sede a Como. Precisa: «Nella nostra diocesi sono rappresentante nella Consulta familiare per le famiglie separate e divorziate, e faccio parte della Consulta lombarda. Sono dentro le pieghe della Chiesa».

Avanza alcune ipotesi su ciò che intende con "più fatti": «Avremmo voluto che si favorisse un incontro diretto dell’arcivescovo di Milano con coloro che rappresentano le reali situazioni di sofferenza, perché secondo me è il separato laico che può produrre un cambiamento importante, se viene accolto direttamente nell’ambito della Chiesa».

E ancora: «Attivazione di centri di ascolto, perché il separato quando vive la propria situazione si allontana dalla Chiesa anziché avvicinarsi; la formazione ai sacerdoti, perché manca un’omogeneità di preparazione e ognuno si fa il proprio giudizio. Abbiamo esperienze dirette di persone separate che vengono fortemente giudicate dai sacerdoti. Per esempio, il vescovo di Cremona ha fatto una formazione a tutti i sacerdoti portando come testimoni della sofferenza i separati stessi, che possono dire come ci si sente, cosa ci si aspetta».

In positivo, Rosy Genduso ricorda un recente corso nella diocesi di Milano con i rappresentanti di tutte le parrocchie, «dove molte persone come me hanno potuto formarsi da un punto di vista teologico, psicologico e sociologico, per capire meglio come vivono le persone che attraversano questo problema».

E ha apprezzato che la lettera del cardinale Tettamanzi fosse rivolta "agli sposi in situazione di separazione": «Quasi mi fa sentire ancora sposa, nonostante viva una condizione di disagio».